Feliciano Lopez trionfa a Johannesburg, in finale ha sconfitto il francese Stephane Robert: 75 61 il punteggio in favore dello spagnolo, che torna al successo dopo cinque anni. In Sud Africa nessun italiano era presente in tabellone. A Zagabria è il giocatore di casa Marin Cilic a conquistare il torneo; prima testa di serie, il croato ha dovuto soffrire in finale per battere il tedesco Michael Berrer, allenato da Claudio Pistolesi: 64 67 63 il punteggio. Fuori al primo turno Simone Bolleli, che sta attraversando un periodo molto negativo, battuto dall’ucraino Marchenko in due set, 62 64. A Santiago del Cile è il brasiliano Bellucci a vincere il torneo, dopo aver sconfitto in finale l’argentino Monaco: 62 06 64 il punteggio. Starace e Lorenzi hanno perso al primo turno, battuti rispettivamente da Luczac e Schwank. In campo femminile il circuito si è fermato per dare spazio alla FederationCup; ottimo esordio dell’Italia detentrice del titolo. Le ragazze hanno battuto 4-1 in trasferta l’Ucraina, grazie al doppio successo di Flavia Pennetta e il punto decisivo di Francesca Schiavone, battuta nella giornata di apertura. In semifinale ci aspetta la Repubblica Ceca, che ha sconfitto la Germania, incontro da disputarsi in casa. Questa settimana si gioca a San Jose, Rotterdam e CostaDoSauipe nel circuito maschile, mentre le ragazze saranno di scena a Pattaya City e Parigi.
È difficile spiegare con chiarezza quello che si prova in alcuni periodi; spesso gli stati d’animo sono ingannevoli, legati soltanto a sciocche reazioni, a stupide prese di posizione. Tuttavia quando alcune sensazioni si ripresentano con continuità, forse è arrivato il momento di considerarle nella maniera corretta, dargli il valore che chiedono. Sto lavorando bene, sono carico, pieno di energie e voglia di fare; è una fortuna esserlo in questa parte della stagione, in anticipo rispetto alla primavera, quando il clima si fa più dolce, facendomi sempre rinascere. Mentre cerco di far fruttare uno stato di forma eccellente, non riesco a tenere a bada i pensieri, ad essere completamente sereno. Vorrei sbagliarmi, avere torto, o peggio ancora non capire abbastanza; invece accade esattamente il contrario, è troppo alto il livello della mia comprensione, della capacità di osservare, di rendermi conto di quello che accade intorno a me. Lavorare bene o lavorare male sono la stessa identica cosa, non c’è differenza; i due percorsi dovrebbero essere ben distinti e portare verso direzioni opposte: appartengono alla stessa specie. Ogni giorno la mia tesi viene avvalorata, diventa più forte, convincente; un mattone dopo l’altro, per una casa dalle fondamenta solide, indistruttibili.
I giorni della merla ci hanno portato una consistente dose di freddo, una nuova spruzzata di neve, temperature da record sotto lo zero. Dall’altra parte del globo, l’estate ha toccato il suo punto più alto, il sole si è mostrato in tutta la sua forza, scaldando, scottando e in qualche occasione bruciando. Gli Australian Open sono stati invasi, come di consueto, da un pubblico numeroso, appassionato, competente, e pronto a godersi uno spettacolo imperdibile, esaltato dalla stagione più bella. Le previsioni si sono rivelate esatte, nessun dubbio alla fine del torneo, i meteorologi hanno fatto il loro dovere; qualcuno dice che non fosse poi così difficile, altri invece hanno sottolineato la bravura, la capacità di capire come il tempo sarebbe potuto cambiare, partita dopo partita. Poche sono state le nuvole che hanno attraversato il cammino di Roger Federer, leggere come i suoi passi, ma inconsistenti quanto gli avversari. Una brezza ristoratrice in mezzo al deserto, una tiepida folata in una dolce serata estiva, il vento che accompagna solamente i veri giocatori: ecco che cosa è lo svizzero. Nessuna pioggia ad intralciarlo, a bagnare i meccanismi oliati alla perfezione, nemmeno una lieve perturbazione a disturbare le sue mosse, il cielo per lui è sempre stato sgombro.
Un doveroso tributo al sedicesimo torneo del Grade Slam conquistato da Roger Federer: 4 Australian Open, 1 Roland Garros, 6 Wimbledon, 5 Us Open! Questa settimana il circuito maschile fa tappa a Johannesburg, dove le prime due teste di serie sono Monfils e Ferrer, nessun italiano è presente in tabellone. Si gioca anche a Santiago del Cile, con Starace eliminato al primo turno da Luczak, come Lorenzi sconfitto subito da Schwank; il cileno Gonzalez è il favorito, insieme a Monaco seconda testa di serie. A Zagabria sono Cilic e Ljubicic le prime teste di serie, Bolelli unico italiano presente ha perso all’esordio contro l’ucraino Marchenko, a conferma di un lungo periodo negativo. Il circuito femminile è fermo, per lasciare spazio al primo turno della FedCup; l’Italia detentrice del titolo gioca in Ucraina, a Kharkiv. Pennetta, Errani, Schiavone e Vinci le ragazze convocate dal capitano Barazzutti; la squadra avversaria ha invece a disposizione le sorelle Alona e Kateryna Bondarenko, Kutuzova e Koryttseva. Chi volesse seguire i tornei di questa settimana in streaming lo può fare al seguente link: http://www.fromsport.com/c-4.html
In alto. Sempre di più. Un po’ alla volta. Centimetro dopo centimetro. Prendere l’asticella e portarla su, fino ad un nuovo limite. Non è un gioco. Non è nemmeno una gara. Non ci sono primati da battere. Solo qualcosa da raggiungere. Qualcosa da toccare. Qualcosa per cui alzare l’asticella. Lo sguardo rivolto verso l’alto. Sempre di più. Gli occhi sgranati alla ricerca. La mente incollata all’unico pensiero. Le idee raggruppate verso l’unica soluzione. Le energie incanalate verso l’unica direzione. Centimetro dopo centimetro. Fino ad un nuovo limite. Arrivare e superare. Superare ed arrivare. Niente può essere d’intralcio. Nessuno può mettersi in mezzo. Indecisione, dubbio, incertezza. Parole senza senso. La visione è chiara. Le ombre sono lontane. Solo un banale ricordo. Scalare il cielo. Trovarne un altro. Un altro ancora. Bucare le nuvole. Passarle centimetro dopo centimetro. Prendere l’asticella e portarla con sé. In alto, sempre di più. Il tempo non chiede, lascia fare. Osserva perché conosce. È abbastanza. È tutto. Tutto il tempo di cui si ha bisogno. Non è un puerile gioco. Una corsa a caccia di un primato. Un cronometro da battere. Un avversario da umiliare.
Sedici. Tanti sono i tornei del Grande Slam conquistati da Roger Federer (nella foto australianopen.com), una leggenda vivente del tennis, il dominatore incontrastato, il re capace di tenere tutti gli avversari a debita distanza. Nadal, Murray, Djokovic, Davydenko, Roddick: pallide comparse, a cui è lasciato un piccolo spazio, in cui infilarsi quando il sovrano decide di prendersi una pausa, di riposarsi un pò. Senza storia la finale degli Australian Open, tre set per incantare, confermare, pennellare ancora una volta la propria firma sull’albo d’oro: 63 64 76 al malcapitato scozzese Andy Murray, incredulo e sempre a caccia del primo trofeo. Vedere giocare Roger riconcilia, è come l’aria buona respirata in montagna, la brezza estiva che arriva a rinfrescare; il 2010 è iniziato sotto il suo segno, quello del campione, a cui auguro di afferrare finalmente il Grande Slam! Nel singolare femminile vittoria per Serena Williams, al quinto successo in terra australiana, che ha sconfitto Justine Henin, la belga tornata alle gare dopo quasi due anni di stop: 64 36 62 il punteggio di una finale altalenante, ma in alcuni momenti di livello altissimo. Questa settimana si gioca a Johannesburg, Zagabria e Santiago del Cile nel circuito maschile, mentre le ragazze sono impegnate nel primo turno di Fed Cup, con l’Italia attesa dalla traferta in Ucraina.
Tra i commenti lasciati al mio articolo di domenica scorsa dal titolo “Criteri” ho trovato questo: “Classico pensiero di un maestro che purtroppo per lui non è mai stato un buon giocatore; quante volte l’ho sentito”. Naturalmente invito i curiosi ad andare a scoprire quale fosse il punto centrale delle mie argomentazioni; in ogni caso riporto la risposta, per chi invece fosse un po’ più pigro: “Mi sono preso un po’ di tempo per rispondere; a costo di essere ripetitivo voglio ribadire un concetto: non è mia intenzione sminuire ciò che si è fatto da giocatori, anzi lo ritengo un valore da tenere in debita considerazione anche quando si intraprende la carriera di maestro. Purtroppo spesso si commette l’errore di ritenerlo l’unico aspetto in grado di definire la bontà di un insegnante. E’ pur vero che diversi titoli e attestati non possono sostituire il vissuto di un percorso agonistico importante; come del resto sono necessari anni di lavoro per avere un buon bagaglio di esperienza. Forse dalla simbiosi di tutte queste cose nasce il maestro veramente valido, quello che non si accontenta del passato, ma cerca di completarsi, di colmare le lacune, di migliorare fino dove è possibile. In fondo se bastasse maneggiare bene la racchetta, per insegnare con altrettanta facilità, saremmo senza dubbio una nazione piena di campioni!”
Il fioretto non può nulla contro un bazooka; John Mcenroe lo sapeva, ma sperava di poter compiere un miracolo, un ultimo colpo di teatro, come soltanto un genio del palcoscenico poteva fare. Il 1992 era iniziato bene per lui, agli Australian Open aveva battuto persino il campione in carica Boris Becker, riuscendo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove il sudafricano Ferriera aveva infranto i suoi sogni di vittoria. Durante la consueta conferenza stampa dopo gara, Becker aveva riconosciuto a John i meriti per l’inatteso successo: “Ho molto rispetto per John Mcenroe, in una giornata di grazia può battere chiunque”. Anche a Wimbledon? Forse. Arrivare in finale in un torneo del Grande Slam significa superare sette avversari, sopravvivere alla morte, morire, rinascere, e finalmente alzare la coppa. Non era tra i favoriti, semplicemente era la sua ultima apparizione sull’erba londinese, così aveva deciso; altri erano i giocatori accreditati del successo finale, tutti in perfetta forma. John non era nemmeno compreso tra le teste di serie, uno smacco per uno che aveva vinto tre volte il torneo, ma non gli importava, a trentatre anni sono altre le cose su cui concentrarsi.
In attesa di scoprire chi vincerà gli Australian Open 2010, gustiamoci le immagini della finale dello scorso anno. Federer-Tsonga e Cilic-Murray sono queste le due semifinali maschili; Rafa Nadal, detentore del titolo, ha ceduto allo scozzese Murray, ma soprattutto ai suoi reiterati problemi fisici: è un ginocchio malandato a costringerlo a ritirarsi, quando era sotto di due set. Davydenko non riesce a mantenere le aspettative della vigilia, uscendo sconfitto da Federer, che aveva battuto negli ultimi due incontri. E’ Cilic la vera sorpresa, capace di superare prima Del Potro e poi Roddick; Tsonga elimina invece Djokovic, dopo un match duro, concluso 61 al quinto set in favore del francese. Nel singolare femminile si salva Serena Williams, sotto di un set e 04 contro la Azarenka; affronterà la cinese Na Li, che va a fare compagnia alla connazionale Jie Zheng opposta a Justine Henin. Le due giocatrici asiatiche hanno battuto rispettivamente Venus Williams e Maria Kirilenko, sovvertendo ogni tipo di pronostico. Chi volesse seguire in streaming le semifinali degli Australian Open 2010, lo può fare al seguente link: http://www.fromsport.com/c-4.html
Sfiorare il cielo con una dito, precipitare fino a toccare il fondo: una sinusoide. L’alto e il basso, indissolubilmente legati, estremi della stessa corda. Un cappio che stringe troppo forte, una fune gettata verso la libertà. Tra il buio inchiostrato della notte, e l’abbagliante fulgore del giorno. Grandi slanci e rumorose cadute: un’altra sinusoide. Salire e scendere, arrivare in cima e tornare giù; l’alternarsi continuo, l’inizio che coincide con la fine. Una morbida linea, fatta di curve, perfette come quelle di una bella donna. Il lento arrampicarsi e il veloce rotolare, il mordace afferrare e il tardivo stringere. Una collezione di sinusoidi. Vincere. Lasciarsi tutti alle spalle. Perdere e trovarsi tutti davanti. Essere ed esserlo stato. Ammalarsi per guarire, guarire per ammalarsi di nuovo. Credere che sia finita per sempre; accorgersi che ogni cosa è destinata a tornare. Un tuffo fino nelle profondità, riemergere dal nulla. Nascere, morire e rinascere ancora; tornare da dove si è venuti, al punto di partenza, e ricominciare. Soltanto l’ennesima sinusoide. La potenza dell’amore, le ali sotto i piedi; la pesantezza della solitudine, una zavorra per l’anima. Innamorati oggi, soli domani, felici e disperati un attimo dopo.