Lo sport nazionale italiano non è il calcio come tutti sostengono: è l’alibi, la scusa, il paracadute che permette di cadere sempre in piedi.
Organizzo tornei, insieme al maestro Giuseppe Morelli, ormai da più di dieci anni; il numero di giocatori presenti ad ogni manifestazione è molto elevato, la media degli iscritti infatti si aggira intorno alle quattrocento unità. La fascia di età dei partecipanti è veramente ampia, si va dal ragazzino promettente voglioso di emergere, fino al “veterano” appassionato, ancora desideroso di confrontarsi: naturalmente questo accade nel settore maschile ma anche in quello femminile. E’ prassi consolidata che, alla fine di ogni incontro, il vincitore si rechi dal Giudice Arbitro per comunicargli il risultato, e chiedere l’orario di gioco della partita successiva. Il perdente invece è libero, ma prima di lasciare il circolo, è consuetudine porgere i saluti a chi ha organizzato il torneo.
L’ultimo Masters Series della stagione si sta giocando a Parigi; Rafa Nadal si presenta da numero uno della classifica mondiale e naturalmente come prima testa di serie. Al primo turno affronta il francese Florent Serra, un avversario che non lo mette molto in difficoltà. Una vittoria comoda per lo spagnolo, che prende il largo nella partita senza problemi; mentre scrivo sta giocando contro un altro francese, Gael Monfils, che può essere più temibile da affrontare. Tutti sperano in una finale dove si riproponga il duello che sta infiammando il tennis da qualche anno, quello tra Nadal e Federer. Per saperlo dobbiamo aspettare fino a domenica, nel frattempo i filmati più belli sono sempre ogni giovedì su puramentecasuale.com!
Ci sono momenti nella vita di un’atleta in cui arrivano i giorni del cambiamento, della trasformazione in qualcosa di diverso. Fare la sportiva di professione può essere affascinante, remunerativo, ma anche molto faticoso; insegnare invece è prima di tutto trasmettere un’esperienza. Ho visto giocare Erika Pineider molte volte, ora che insegna al Junior Tennis di Milano l’ho incontrata per comprendere le ragioni che l’hanno spinta a diventare maestra di tennis, a percorrere una nuova strada. La carriera di maestra è la giusta prosecuzione di quella di giocatrice? Credo sia una decisione soggettiva,per me il passaggio da giocatrice a maestra è stato naturale, in questo modo ho alimentato il desiderio di trasmettere agli altri l’esperienza accumulata e la grande passione per questo sport. Di solito per un giocatore capire quale sia il momento giusto per passare dall’altra parte è molto complicato, invece per me è stato semplice; a livello agonistico avevo esaurito ogni obiettivo e quindi l’ho fatto serenamente.
L’ennesimo treno si fermò in stazione, raccolse i pochi passeggeri sulla banchina, prima di ripartire lentamente. Il prossimo sarebbe stato il suo. La sala d’attesa era completamente vuota, faceva piuttosto freddo, e Sergio contava i minuti che mancavano alla partenza. Da quando si era seduto aveva visto la stazione svuotarsi poco alla volta, ed ora iniziava a sentirsi un po’ solo. In fondo era abituato alle attese, anche perchè qualcuno con cui chiaccherare si trovava sempre, ma quella sera sembrava proprio di no. A mezzanotte si sarebbe alzato per sedersi nuovamente cinque minuti più tardi, questa volta con lo sguardo buttato fuori dal finestrino.
Ad un certo punto, nel silenzioso salone, entrò con passo deciso una ragazza piuttosto giovane, che si sedette di fronte a lui. Sergio, contento della inaspettata compagnia, quasi subito chiese: “Prende anche lei il rapido di mezzanotte?”. La ragazza non rispose, accavallò le gambe, e si sistemò la lunga sciarpa rossa, che quasi toccava terra. “E’ strano che ci sia così poca gente stanotte, di solito la stazione è più affollata” insistette Sergio, senza ottenere alcuna replica.
Al tavolo degli dei i posti sono tutti occupati; ai comuni mortali sedersi è assolutamente vietato, vana ogni speranza. I coperti disponibili sono pochi, inutile tentare di prenotare, i ristoranti importanti tengono sempre un tavolo riservato ai loro migliori clienti. Agli dei ogni cosa è concessa, arrivare in ritardo, andare via prima, persino non saldare il conto, nessun prezzo da pagare per loro. Avvicinarsi al tavolo degli dei è un’impresa ardua, anche chiedendo il permesso, in fondo chi è così stupido da volersi sedere dove i posti sono già tutti presi. Ascoltare di che cosa discutano gli dei è un desiderio destinato a non esaudirsi, come conoscere quali straordinarie doti occorrano per sedersi accanto a loro: domandarlo ai diretti interessati quantomeno inopportuno. Meglio evitare di incrociare lo sguardo con chi si accomoda a quel tavolo, oppure salutare come se ci fossero alcuni vecchi amici, agli dei certe confidenze possono dare molto fastidio.
Il destino è una palla che tocca il nastro; tocca il nastro, sale in verticale, e poi scende per ricadere dall’altra parte della rete.
Cercare di corromperlo è solo un vano tentativo, niente e nessuno possono comprarlo: un giorno è il nostro peggior nemico, quello dopo il nostro miglior alleato.
Il destino è la sconfitta che ci condanna senza rimedio, oppure la vittoria attesa da troppo tempo: in fondo per lui non fa alcuna differenza. Ridere o piangere, gioire o disperarsi: che cosa ci ha riservato, da quale parte ci ha tenuto un posto? Il destino è un caffè amaro quando avremmo bisogno di tanto zucchero, tanto zucchero quando eravamo pronti per un caffè amaro; una moneta sempre in bilico, forse un paio di dadi truccati, mille chiavi per aprire una porta soltanto. In molti hanno tentato di conoscere in anticipo il proprio destino, altri si sono semplicemente messi nelle sue mani, mentre alcuni si ostinano ad imprecargli contro.
Questa settimana il circuito fa tappa a Basilea in Svizzera; Roger Federer naturalmente non può mancare, e quando gioca in casa è obbligato a vincere. L’anno scorso in finale ha battuto il finlandese Jarkko Nieminen, un mancino molto pericoloso, a suo agio sulle superfici rapide. Incredibile ma vero, mentre sto scrivendo, Roger sta affrontando il finlandese proprio a Basilea, questa volta al secondo turno. Ormai sono arrivati gli ultimi tornei della stagione, la prossima settimana tutti a Parigi Bercy, a caccia dei punti necessari per qualificarsi al Master di Shanghai, in programma dal 9 novembre, ma riservato ai migliori otto giocatori al mondo; il grande tennis ogni giovedì è solo su puramentecasuale.com!
È opinione comune che un matto debba essere internato in manicomio; egli non è in grado rapportarsi con le altre persone in maniera normale, i suoi comportamenti sono incomprensibili, a volte persino pericolosi, meglio quindi rinchiuderlo in un posto dove possa trovare l’assistenza che necessità, per dare libero sfogo alla sua follia. Se qualcuno mi avesse visto parlare con una vecchia rete da tennis, forse avrebbe chiamato un’ambulanza per farmi portare via, magari stretto fra una scomoda camicia di forza; non sono pazzo, almeno credo, semplicemente sono curioso, e certo che anche gli oggetti inanimati racchiudano in sé qualcosa, magari una piccola storia che aspetta solo di essere raccontata. Roberto si occupa dei campi del circolo con grande dedizione, per lui devono essere sempre perfetti, e per questo motivo appena vede qualcosa che non va, subito si affretta a trovare un rimedio.
Una fredda notte d’inverno, un uomo camminava solitario alla ricerca di un posto dove potersi scaldare un po’. Così quando vide l’insegna di un bar ancora accesa, allungò il passo e ben presto lo raggiunse. Fuori dalla porta, una povera mendicante si ostinava a chiedere la carità ai rari passanti. Sebbene si fosse protetta dietro alcune spesse coperte, era incredibile come potesse resistere a tale gelo; sembrava addormentata, mentre vicino a lei giaceva un piccolo pezzo di cartone con scritto: “Una moneta, un sogno”. Allora l’uomo tirò fuori da una tasca del cappotto una moneta, che lasciò cadere a fianco della donna, e poi finalmente entrò nel locale. Egli non diede molto peso a quella breve frase, in fondo ciò che gli premeva era soltanto ripararsi dall’insopportabile freddo, magari comodamente seduto in compagnia di una bevanda calda. Il bar non era particolarmente affollato, pochi i tavoli occupati, mentre davanti a loro, a copertura totale di una parete, un enorme specchio pareva quasi sovrastarli, rendendo il posto ancora più vuoto.