Non è un addio, naturalmente; solo un arrivederci a settembre, quando sarà un piacere riabbracciare tutti. Non è la fine, piuttosto una piccola pausa, una meritata vacanza. Giovedì è il giorno della vostra festa, dei veri protagonisti di tante ore di tennis. Vedervi sarà ancora una volta motivo di grande emozione, spero che nessuno voglia mancare. Un arrivederci a tutti i miei impareggiabili allievi, fonte di continua ispirazione: grazie per avermi sopportato per un altro anno! Grazie a Paolo Anghileri, Luca “balla” Ballabio, Riccardo Bandiera, Emilio Barozzi, Giacomo Belluccio, Davide Benedetti, Gabriele Berticelli, Gualtiero Bianchi, Alessandro Bisceglie, Federico Bozzetti, Jacopo Brenicci, Guglielmo Bruno, Tommaso Bulfone, Daniele Camoni, Paolo Cappello, Federico Carli, Letizia Catalano, Alessandro “il fattone” Cavassi, Cecilia “la divina” Chiarini, Francesca Cianetti, Anna De Longhi, Alberto “degli zozzi” Del Ponte, Giorgio Di Piazza, Edoardo Erba, Federico “quadruplo senso” Fantaguzzi, Roberto Faure, Lily Favaro, Matteo Ferraguto, Emanuele Filipozzi, Luca Fontana, Luca “uomo nero” Foppoli, Luca “fuma” Fumagalli,
Dopo nove lunghi mesi, siamo arrivati alla conclusione. Una settimana ci separa dalle vacanze, dalla fine di un’altra stagione di tennis. Giovedi prossimo sarà il momento di festeggiare, di salutarsi, di premiare i vincitori dei tanti tornei, ma soprattutto di passare un bel pomeriggio insieme, con il proposito di rivedersi a settembre più vogliosi che mai. Quando si arriva alla fine di qualcosa, è quasi d’obbligo fare un bilancio, per capire se il lavoro svolto è andato a buon fine, oppure se è stato un autentico fallimento. Così ho pensato di proporre ai miei allievi un piccolo sondaggio, poche semplici domande, seppur di grande valore, almeno per me. E’ stata dura, lo ammetto, essere un buon maestro è sempre in cima ai miei pensieri, giorno dopo giorno, ora dopo ora, per rendere le lezioni ancora più soddisfacenti. Tanti sono stati i momenti piacevoli, altrettanti quelli difficili: so di averli affrontati con la consueta sincerità, passione e impegno. Per questo motivo chiedo a chi risponderà al sondaggio di farlo con la massima onestà, mettendo il proprio nome e cognome, senza alcun timore. Conoscere che cosa pensano i miei allievi è molto importante, per proseguire insieme il viaggio, e raggiungere il posto dove poter realizzare i nostri sogni tennistici.
La seconda prova del Grande Slam è iniziata; tutti i favoriti sono ancora in corsa, nessuna sorpresa per ora, tranne l’eliminazione odierna di Marat Safin, arrivato all’ultimo anno di una altalenante carriera. Rafa Nadal ha esordito molto facilmente, passando due turni senza perdere un set, il prossimo avversario sarà l’australiano Lleyton Hewitt. Roger Federer, Novak Djokovic e Andy Murray sono gli avversari che molto probabilmente contenderanno la vittoria finale al primo giocatore del mondo. Per trionfare a Roland Garros bisogna vincere sette incontri, la strada verso il successo è molto lunga. Intanto il tennis più bello è ogni giovedi su puramentecasuale.com; buona visione!
La faretra è ancora piena, pesa. Avere tante frecce è una fortuna, aumenta la possibilità di fare centro. L’arco è sempre pronto, deve soltanto essere teso, armato. Al momento giusto la mano si piega dietro la schiena, per fare una scelta: quale freccia? Tirar fuori, infilare, tendere, prendere la mira, scoccare; in questa sequenza c’è tutto, la decisione è presa. Sulla punta amore o morte, un dolce veleno, oppure il calare delle tenebre. La mano non può in alcun modo tremare, è ferma, fredda, perfetta: un millimetro è un errore non consentito. Sempre diretta al cuore, ogni freccia arriva lì, è il suo destino nel bene e nel male. Può spezzarlo o regalargli nuova vita, farlo sanguinare o farlo battere ancora più forte: l’arciere esperto lo sa. La mia faretra è ancora piena, pesa. Ho tante frecce, una piccola fortuna, per tentare di colpire il centro. La mia mano non trema, amore o morte, un dolce veleno o il calare delle tenebre.
Perché si decide di imparare qualcosa? Fino a quando si migliora? C’è un limite? Si può peggiorare? Peggiorare per migliorare ancora? Avere un buon insegnante facilita l’apprendimento? Avere un pessimo insegnante blocca l’apprendimento? Si può imparare da soli? Quanto incide una naturale predisposizione? Che cosa è il talento? Vorrei poter rispondere a tutte queste domande con certezza, eppure dopo tanti anni di insegnamento del tennis, ancora mi riesce difficile. Ogni maestro ha una propria visione, quasi sempre ritiene di essere in possesso di quella giusta, possibilmente migliore delle altre, a prescindere dai risultati ottenuti. Cosa pensano invece gli allievi? Come valutano gli insegnanti? Come riescono a misurare il lavoro fatto? Come possono capire se sono migliorati oppure no? Ecco la vera discriminante, l’ago della bilancia, ciò che determina il successo o il suo opposto: il migliorare o il peggiorare. Quando osservo i ragazzi giocare, soprattutto ora, a fine stagione, cerco di cogliere le differenze rispetto all’inizio degli allenamenti, se hanno fatto progressi, oppure se sono rimasti al punto di partenza, o peggio ancora se sono regrediti.
Ieri si è chiusa la 44° edizione del torneo Avvenire; tra una pioggia e l’altra portare a termine regolarmente la manifestazione è stato molto difficile. Anche in occasione delle finali il cattivo tempo era uno spettro pronto a disturbare il gioco, per fortuna tutto è andato per il meglio, con grande sollievo per il circolo, i giocatori, il pubblico e la televisione. Lavorare nell’organizzazione di un torneo così prestigioso mi rende ogni volta un po’ più orgoglioso; per una settimana mi sembra di respirare un’aria diversa, di essere parte di qualcosa che rimarrà nella storia del tennis, una storia fatta da futuri grandi campioni. Appese alle pareti della segreteria del club ci sono le foto scattate nelle vecchie edizioni dell’Avvenire, sono tanti i ragazzi che hanno giocato sui campi di Via Feltre, sperando un giorno di diventare giocatori importanti, per me vederli dannarsi l’anima per tenere viva questa speranza è sempre piacevole.
Roger Federer è tornato! Dopo aver perso cinque finali consecutive, finalmente lo svizzero è riuscito a battere Rafa Nadal; a sorpresa la vittoria è arrivata sulla terra rossa, dove lo spagnolo non perdeva da 33 incontri, e che l’ultima volta era stato sconfitto proprio da Roger ad Amburgo nel 2007. A parziale scusante di Nadal, bisogna ricordare la semifinale contro Novak Djokovic, durata quattro ore, e che ha evidentemente stancato il primo giocatore del mondo, apparso in finale piuttosto provato. Domenica scatta la seconda prova del Grande Slam sui perfetti campi in terra rossa di Parigi. Roland Garros è il culmine della stagione sul rosso, prima che il circuito si sposti sui verdi prati di Wimbledon. Naturalmente è Nadal il campione in carica, vincitore delle ultime quattro edizioni del prestigioso torneo. Riuscirà Federer ad interrompere questa striscia di successi? In ogni caso il tennis più bello è sempre su puramentecasuale.com, buona visione!
Le ossa sono sbriciolate, spezzate, rotte in mille pezzi, niente è in grado di rimetterle in sesto. Sono l’esempio del dolore, della fatica, dell’usura, delle incomprensioni: può bastare? Soffrono il caldo d’estate, il freddo di inverno, bruciano sotto il sole, si congelano sotto la neve, sempre destinate a diventare polvere. Ho le ossa rotte, consumate, rigate, prese a calci, ma chi ci fa caso? Potrei buttarle via, in qualche discarica dimenticata da tutti, frequentata da nessuno, dovrei, ma non riesco. Le guardo accatastate in terra, marcire, diventare gialle e poi nere; vengono calpestate quotidianamente come se non avessero un padrone. Le ossa sono tante, alcune piccole, sottili, fragili come carta velina; altre invece sono lunghe, affilate come un coltello, solide come un martello; sono tutte rotte, e non servono più a nulla. Colpo dopo colpo, botta dopo botta, frattura dopo frattura, come potevano resistere a tanto? A che serve tentare di rimetterle insieme, di ricomporre il mosaico, di dargli l’unico ordine possibile?
I fiori di sambuco si raccolgono in primavera, verso maggio e si trovano facilmente nelle nostre campagne. Si lasciano seccare su un foglio di carta fino a quando sono ben asciutti e secchi, per poi sbriciolarli con le mani. Allora sono pronti per essere utilizzati come ingrediente per fare una vecchia torta, in cui i fiori di sambuco sono il tocco che la rende squisita. La storia che sto per raccontare non ha il suo inizio in primavera, quando la natura avvolta dal sole rinasce, dopo aver superato il letargo invernale; ha il suo nascere verso il tramonto dell’estate, a fine agosto, quando tutti stanno per rientrare dalle vacanze, pronti a raccontare quello che hanno appena vissuto. Ero a casa, per il terzo anno consecutivo Milano era stata la mia località di villeggiatura, niente mare, nessuna montagna, campagna, lago: in città a fare lezione ai pochi superstiti. Ero a casa mentre ho sentito il telefono suonare: una voce amica mi chiedeva se ero disposto a fare lezione ad un vecchio socio, tornato dalle ferie e voglioso di riprendere a giocare. Naturalmente ero disponibile, anzi l’unico ad essere disponibile, dato che gli altri maestri erano tutti ancora in vacanza.
Dalla finestra della cucina entra un muro di caldo, forse se tenessi tutto chiuso sentirei meno l’afa, o forse dovrei ragionevolmente mettere l’aria condizionata in casa. Aspetto che cali il buio per continuare a scrivere, intanto cerco di mettere ordine fra i pensieri che ogni estate affollano la testa. Porto il computer sul balcone, prendo una sedia e mi accomodo sperando che arrivi un po’ di fresco; in fondo quando è inverno non vedo l’ora che aumenti la temperatura, per togliere i vestiti pesanti e mettermi finalmente in maglietta e pantaloncini, ora vorrei che succedesse il contrario! Mentre tento di firmare l’ennesimo articolo, osservo la strada sotto casa, le rare automobili che passano rompono il piacevole silenzio, nessuno si azzarda a camminare solo, l’autobus passa senza badare alle fermate, quasi non vedesse l’ora di arrivare al capolinea.