Per chiudere in bellezza l’anno, le immagini dell’incredibile finale di Wimbledon 2009, tra Federer e Roddick. Una partita dominata dai servizi, durata cinque set, e finita 16-14 in favore dello svizzero. Indimenticabile la volee di rovescio sbagliata dall’americano nel tie break del secondo set, colpo che avrebbe potuto dargli un vantaggio considerevole, una spinta decisiva verso il successo. Invece l’errore ha permesso a Roger di pareggiare i conti, di vincere il secondo set dopo essere stato indietro nel tie break per 6 punti a 2. Grandi rimpianti per Roddick, ancora a caccia del primo successo sull’erba londinese, mentre per Federer si è trattato del sesto titolo, un ritorno alla vittoria dopo l’inattesa sconfitta del 2008 contro Rafa Nadal. Ultimo filmato dell’anno, occasione per fare gli auguri a tutti gli appassionati, e ai tanti che ogni giorno seguono puramentecasuale.com! Grazie e buon 2010!
L’aguzzino li tiene in pugno, stretto parente del diavolo, muove i fili, scaltro burattinaio, li prepara, tanto bastone e poca carota; calcola ogni mossa, somma, sottrae, moltiplica, ma soprattutto divide, tenendo molto per sé e lasciando quasi nulla alle sue creature. Un altro osceno anno, con la faccia sporca, a bere acqua sudicia, poveri bastardi senza gloria: a loro va bene così, non chiedono niente di meglio. Poi c’è il bilancino, i propositi, i pesi e i contrappesi, le promesse, i programmi e persino i proponimenti. Il solito squallido teatrino, i pupazzi che si agitano, saltano, ballano e festeggiano; una notte lunga quanto un corridoio, dove trovare il giorno dopo una catena stretta intorno alle mani, e ben salda alle caviglie. I fuochi d’artificio svaniscono come una bolla di sapone, una fiammata appena accennata, un sibilo che si perde all’orizzonte, risucchiato da un lontano buco nero. Le stelle si prostituiscono e regalano l’inganno, nascondendo dietro un velo di luce la verità, così chiara da non poter essere vista. I pazzi ridono a crepapelle liberi di confondere le risa, gli unici capaci di comprendere ogni cosa, di sottrarsi alle domande, stretti all’angolo trecentosessantacinque giorni all’anno.
Quanto è banale fare un bilancio a fine anno? Quanto è inutile prendere una calcolatrice, mettere da parte il buono, sottrarre il cattivo, ed avere il rendiconto, il risultato delle azioni fatte, ma anche di quelle mancate. Come se soppesare le cose riuscisse a cambiarle, a farle diventare migliori, soltanto perché sono passati ancora una volta trecentosessantacinque giorni. È soltanto una pia speranza, un falso augurio a noi stessi, per tentare un passo verso il futuro, allungare una mano nei confronti dei sogni fino ad ora non realizzati. Trovo stucchevole pensare a tutto nei pressi del traguardo, quando il boia può soltanto urlare al condannato le ultime parole che gli è concesso sentire: uomo morto in marcia. Chissà che cosa passa nella testa del disgraziato in quei momenti, quali angosce lo turbano, se è abbastanza lucido per capire a chi sta andando incontro. Forse al buio eterno, al nulla, all’infinita perdizione, oppure al Buon Dio, alle sue braccia protese, alla luce capace finalmente di illuminare la sua anima. Non c’è via d’uscita, nessuna possibilità di fuga, il destino è scritto, da sé stesso, ma anche dalla complicità di altri.
Gli ultimi giorni di allenamento sono trascorsi velocemente; la neve gli ha ricoperti, travolti di candore, trasformando anche il circolo in qualcosa di inusuale, silenzioso, brillante di luce bianca. Pochi i temerari che si sono avventurati in città, nel tentativo di raggiungere il club, tanti gli assenti; un peccato non poter salutare tutti, e augurare ai ragazzi un felice Natale ed un anno nuovo pieno di cose belle. Ci rivedremo presto, pochi giorni di pausa, tra regali, grandi abbuffate, festeggiamenti vari, ci separano dal riprendere ogni attività, anche quella sul campo da tennis. Sono chiuso in casa, a smaltire il freddo accumulato, a riposarmi, a mettere un poco d’ordine, a pensare, a scrivere, a dormire. Non riesco a fare molto altro, la stanchezza ha come di consueto toccato il limite, per fortuna è arrivata una piccola sosta ristoratrice, a calmierare lo stress, a dare un freno alle troppe faccende che penzolano sopra la mia testa. La neve si è sciolta completamente, vinta dalla pioggia, che l’ha fatta scivolare via, risucchiata dai tombini, mangiata dal sale, asciugata dal pallido sole di fine dicembre.
E’ stato il momento più esaltante della stagione tennistica 2009; dopo aver perso tre finali consecutive, Roger Federer riesce a conquistare l’unico torneo del Grande Slam che ancora gli mancava: Roland Garros. Sulla terra rossa di Parigi sconfigge il sorprendente svedese Robin Soderling, capace di battere il grande favorito della vigilia, lo spagnolo Rafa Nadal. Tre set bastano allo svizzero per alzare la coppa dei moschettieri, scoppiando in un pianto liberatorio subito dopo aver chiuso il match. Memorabili l’incontro negli ottavi contro Haas, e la semifinale con Del Potro, entrambe concluse al quinto set dopo enormi sofferenze e difficoltà patite da Federer. Un sogno vedere Roger vincere sulla terra di Parigi, dopo i quattro successi consecutivi di Nadal; una giornata storica, indimenticabile, da conservare tra i ricordi più belli, anche qui su puramentecasuale.com!
Un’enorme distesa bianca. Una meringa. Fredda. Congelata. Spolverata di neve. Una candida coperta bianca. Un impasto duro. Ingrediente grezzo, dosato a vanvera. L’unico. Niente cottura. Nessun calore. Fuoco al minimo. Una meringa amara. Lo zucchero rimasto in credenza. La dolcezza gettata al vento. Artigli al posto del cioccolato. Perché? L’inverno? Provo ad assaggiare. I denti masticano ghiaccio. Esitano. Tremano, che cosa hai fatto? Deglutisco. Divento pallido. Continua a scendere. Si deposita nel profondo. Non parli. Non guardi. Non ridi. Ti guardo. Ti chiedo. Il sangue è gelido. Vuoi trasformarmi? Spegnere le fiamme? Una distesa bianca, immacolata. Una porzione di paradiso. Una fetta di neve tra le mie mani. Mangerei tutto. Sopporterei tutto. Capirei tutto. Resti immobile. Distaccata. Eppure continua a scendere. Conosco la ricetta. Non è un segreto. So quale veleno hai messo dentro. So di quale morte vuoi farmi morire. È importante? Quante noiose domande. Ti guardo ancora. Rido. Ho freddo. Molto freddo. Penetra le ossa.
Il torneo degli spermatozoi non è stato ancora inventato, ma qualcuno ci sta pensando. L’evento sarà qualcosa di eccezionale, imperdibile per i talent scout, per i cacciatori di talenti, i visionari delle capacità nascoste. Micro campo, micro palle, micro racchette, micro giocatori; tutto fatto in miniatura, in uno spazio grande come un francobollo, una moneta, uno sputo. Chissà forse per vedere qualcosa, per godersi l’incredibile spettacolo, dovremo usare un microscopio, magari un monocolo, oppure una lente per allargare, allungare, dilatare. Ogni spettatore avrà un occhio di riguardo, un’angolazione preferita, uno sguardo attento per scovare, tra gli sgambettanti partecipanti, il più portato, il più dotato, il più futuribile. La vera gara sarà sugli spalti, tra gli stregoni, i maghi, i guru, i manager, i genitori, pronti a predare, a suggerire, a vendere, a comprare. Partiranno in tanti, sottili fili di seme, appena appuntiti, pochi arriveranno a destinazione, a trovare il fiore giusto da impollinare, a penetrare la via del successo; alcuni cresceranno con in testa una cosa soltanto, altri cambieranno strada, rimanendo indietro, lungo l’unica direttrice percorribile: quella del campione assoluto.
Può l’intelligenza essere un fastidio? Un boomerang che si ritorce contro chi possiede una preparazione fuori dal comune? Un paradosso, un’assurdità pensare di rispondere a queste due domande. La conoscenza è uno strumento, qualcosa a cui tutti dovrebbero attingere, senza vergogna, senza provare qualsivoglia invidia, alcun risentimento. Eppure a volte può capitare, che una mente brillante quasi si debba nascondere, restando ai margini di un sistema, ai bordi della notorietà, dove può trovare le giuste soddisfazioni, ma anche l’apprezzamento che merita. Giovanni Catizone è un fiume in piena, un personaggio coinvolgente, fin troppo sincero, aspetto che non considero un difetto, anzi una perfetta opportunità per un’intervista molto appassionata. Non è facile trovare una persona che richiuda in sé così tante figure: preparatore atletico, maestro di tennis, professore universitario, e di scuola media superiore; capace di seguire tennisti, calciatori, pattinatori, cestiste, di età e livelli diversi. Una fonte di esperienza che mi convinto ad incontrarlo, e sottoporlo ad un fitto fuoco di domande: Perché nelle scuole tennis la preparazione atletica è così sottovalutata?
In attesa che la stagione dei tornei riprenda la prima settimana di gennaio, ripercorriamo i momenti più esaltanti del 2009. Sicuramente la semifinale degli Australian Open tra Nadal e Verdasco è stata una partita di grande interesse; un derby spagnolo giocato a livelli altissimi, con una intensità fuori dal comune. Cinque set sempre in equilibrio, tre tie break spettacolari, ed una conclusione drammatica, con Verdasco che cede l’incontro commettendo un doppio fallo. Dopo questa incredibile battaglia, Nadal sarà in grado di battere Federer in finale, anche qui in cinque interminabili set, vincendo per la prima volta il torneo in terra australiana. Indimenticabile la premiazione, con il giocatore svizzero che non riesce a trattenere le lacrime, a causa della bruciante sconfitta. Il tennis più bello del 2009 è su puramentecasuale.com, buona visione!
Mediocre, che è di mezzo tra gli estremi. Fra il molto ed il poco, il grande e il piccolo, fra il buono e il cattivo. Comune, insignificante, banale, anonimo, modesto, scarso, misero, inetto, incapace. La lista dei sinonimi potrebbe continuare, pur essendo chiaro il concetto. La mediocrità è intorno a me, la vedo ovunque; sono un pazzo visionario, in preda a continue allucinazioni, un matto da camicia di forza. Un elemento imprescindibile, di cui non è possibile fare a meno, una malattia che ha infettato tutti: ho paura di ammalarmi. Sono sincero, perché mentire, non c’è motivo di mascherare la verità, di truccarla da pagliaccio; se sono l’unico a riconoscerla non corro nemmeno il rischio che qualcuno possa credermi. L’ordine è dare retta alla massa, a chi nuota nel grande mare degli ottusi, dove un posto si trova sempre. Sento una strana amarezza insinuarsi in bocca, è il primo sintomo, quel sapore nauseante a cui spero di non cedere. Detesto i farmaci, curano una parte di te e riescono ad infettare un’altra, lavorano senza fare domande, eseguono e basta, artificiali predatori di malessere.