Tra i commenti lasciati al mio articolo di domenica scorsa dal titolo “Criteri” ho trovato questo: “Classico pensiero di un maestro che purtroppo per lui non è mai stato un buon giocatore; quante volte l’ho sentito”. Naturalmente invito i curiosi ad andare a scoprire quale fosse il punto centrale delle mie argomentazioni; in ogni caso riporto la risposta, per chi invece fosse un po’ più pigro: “Mi sono preso un po’ di tempo per rispondere; a costo di essere ripetitivo voglio ribadire un concetto: non è mia intenzione sminuire ciò che si è fatto da giocatori, anzi lo ritengo un valore da tenere in debita considerazione anche quando si intraprende la carriera di maestro. Purtroppo spesso si commette l’errore di ritenerlo l’unico aspetto in grado di definire la bontà di un insegnante. E’ pur vero che diversi titoli e attestati non possono sostituire il vissuto di un percorso agonistico importante; come del resto sono necessari anni di lavoro per avere un buon bagaglio di esperienza. Forse dalla simbiosi di tutte queste cose nasce il maestro veramente valido, quello che non si accontenta del passato, ma cerca di completarsi, di colmare le lacune, di migliorare fino dove è possibile. In fondo se bastasse maneggiare bene la racchetta, per insegnare con altrettanta facilità, saremmo senza dubbio una nazione piena di campioni!”
Penso di essere stato abbastanza chiaro, tuttavia credo che sia necessario un approfondimento, per rinsaldare le mie idee, e renderle ancora più incalzanti. Sette anni fa, per tentare di rilanciare il settore agonistico del mio circolo, fui affiancato all’allora responsabile, che sapeva di dover lasciare l’incarico a stagione conclusa. Nonostante la mia riluttanza, e la scarsa esperienza, fui di fatto costretto a ricoprire il nuovo incarico; la cosiddetta SAT era da sempre stata la dimensione in cui desideravo lavorare, in cui tentare di sviluppare una decorosa carriera: il cambiamento non rientrava nelle mie aspettative, sentivo di essere inadeguato, e questo mi rendeva molto ansioso. Non avevo alle spalle un passato da giocatore di livello, e all’improvviso mi sarei trovato a lavorare con un maestro che era stato vicino ai primi cento tennisti al mondo. Che cosa potevo dare, a quali risorse avrei dovuto attingere per non soccombere, per essere un valido aiuto ai ragazzi? Mentre mi preparavo ad affrontare un anno molto delicato, ma anche formativo, uno dei primi giorni fui invitato dal responsabile a fare un singolare contro il nostro giovane più promettente, che conoscevo bene, perché l’avevo seguito con dedizione durante i suoi primi passi sul campo. Qualcosa mi diceva che quel singolare era stato pensato per mettermi in difficoltà, per dimostrare la mia inadeguatezza: se avessi perso quel maestro avrebbe avuto un valido motivo per chiedere al circolo di farmi tornare alla scuola, dove era stato spostato l’insegnante che invece si era occupato del settore agonistico fino a poco tempo prima, insieme al responsabile. Purtroppo ero ancora in forma, abbastanza allenato e in palla per vincere con facilità: quando chiusi il set senza perdere un gioco, fu una vera sorpresa. Davanti all’evidenza mi guadagnai un po’ di credibilità, sebbene dentro di me provai un forte disgusto per quello a cui ero stato sottoposto. La vita è fatta di prove, che vanno superate, tuttavia a volte rimane incomprensibile il perché si debba affrontarle. Fu paradossale essere valutati per come giocavo, e non per quello che avrei potuto insegnare; cosa sarebbe cambiato in caso di sconfitta? Per me poco o nulla, per l’ambiente molto, forse troppo. Profondendo il massimo impegno, remai tutto l’anno contro corrente, ottenendo ottimi risultati, di cui vado fiero. Quel ragazzo riuscì a passare in seconda categoria, grazie alla sua tenacia, alla solida motivazione che lo contraddistingueva. Voglio credere di essergli stato di aiuto, anche se oggi gioca nettamente meglio di me, avendo raggiunto risultati superiori ai miei. Non voglio demonizzare la categoria, fare d’un erba un fascio, attaccare i giocatori di alto livello, semplicemente mi sembrava giusto riportare un’esperienza vissuta in prima persona, ed invitare tutti a fare una profonda riflessione. L’anno successivo chiesi ed ottenni di tornare alla mia vecchia mansione, le sofferenze patite non erano state pari alle soddisfazioni; tuttavia superare quel periodo mi ha permesso di imparare moltissimo, di crescere e capire veramente ciò a cui desidero dedicarmi. Insegnare vicino ad un ex tennista professionista è stata un’occasione irripetibile, ma anche una conferma di quanto sia ancora troppo importante il passato agonistico del maestro. Un aspetto da tenere in considerazione, ma non l’unico se si vuole far bene nel proprio lavoro. Quando arrivò il nuovo insegnante, la prima cosa che mi chiese un socio fu: “Quale è stata la sua classifica?”. Una domanda che esaurisce qualsiasi discussione, chiude tutti i discorsi, sbattendo la porta in faccia a chi ogni giorno tenta di migliorarsi, per essere un vero maestro.
Andrea Villa

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