Archivio per la Categoria “Articoli”

barconeVincere al super enalotto è un sogno che accomuna tutti i giocatori, tanti sono i soldi messi in palio, una somma enorme in grado di cambiare il corso della vita. Pensare cosa accadrebbe in caso di successo, è un gioco divertente, che lascia spazio alla più fervida immaginazione. Come investire quella montagna di denaro? Smettere di lavorare? Viaggiare intorno al mondo? Dare libero sfogo ad ogni tipo di desiderio? Fare beneficenza? Continuare a vivere allo stesso modo? Insomma, che fare? Sembra semplice rispondere, soprattutto quando non si ha tra le mani il premio, la vincita milionaria. Chiacchierando con un amico maestro, provavo a dare un senso a tale eventualità, a non esternare le solite banalità, le scontate reazioni di chi si trova all’improvviso a dover affrontare un balzo così grande. Come spesso accade, il tennis riesce ad infilarsi in qualsiasi discussione, anche quando sembra essere lontano dalla centralità dell’argomento, trova il modo per avvicinarsi e rendersi credibile. “Se avessi quei soldi, aprirei la scuola tennis più costosa al mondo, con a disposizione strutture all’avanguardia, e una durissima selezione per accedervi; i migliori professionisti al servizio di atleti disposti a sottomettersi a regole ferree, da seguire alla lettera, pena l’immediata esclusione.

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modaI capelli sciolti a toccare le spalle, una sottile canottiera di marca, una collana di perle a cingere il collo. Non è un’immagine rubata a qualche sfilata di moda, nemmeno la fantasia di qualche famoso stilista. Non si tratta di modelle da passerella, di indossatrici che camminano mostrando le proprie grazie fasciate da costosi vestiti, con centinaia di occhi puntati addosso. Potrà sembrare incredibile, difficile da prendere per vero, invece corrisponde alla realtà, a quella che ogni giorno osservo con molta attenzione: si tratta semplicemente di tennis. I miei allievi spesso si lamentano, troppo faticosi gli allenamenti a cui li sottopongo, tante le energie che sono costretti a spendere, a consumare ogni volta sul campo. Pur ascoltando il loro malcontento, non voglio abbassare il ritmo, diminuire l’intensità, cedere a richieste incomprensibili. Cosa pensiamo sia lo sport? Mentre cerco una risposta convincente, continuo a fare lezione, a spingere i ragazzi con fermezza, motivandoli al massimo. Alcuni colgono il messaggio, impegnandosi con passione, per tentare di migliorare, nonostante lo sforzo da profondere sia elevato; altri appaiono quasi allergici alla fatica, come se temessero un invecchiamento precoce, mostrando un evidente rifiuto.

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onestaAvrei voluto scrivere anche questa settimana un articolo sul tennis; raccontare una storia, sfogliare i dettagli, rendere visibili le sfumature, mettere gli accenti al posto giusto, lasciando nulla al caso. Mi sarebbe piaciuto catturare uno sguardo, afferrare un sorriso, cogliere un discorso, rubarlo e magari riuscire a tramutarlo in una favola. Ogni giorno accade qualcosa che merita di essere approfondito, reso noto anche agli osservatori più distratti. È sufficiente tenere gli occhi ben aperti, le orecchie sintonizzate, pronte a diventare una calamita, capace di attrarre la bellezza delle parole. Avrei voluto trovare l’ispirazione che spesso accompagna le mie giornate sul campo, dare libero sfogo alla fantasia, alla voglia di farmi guidare dove volesse portarmi. Sarebbe stato piacevole viaggiare verso una nuova avventura, alla ricerca dello sconosciuto, di quello che mai avevo attraversato. Trovare un’altra via è l’unico modo per non abbandonarsi alla noia, alla tediosa ripetitività degli eventi, evitando di restare intrappolati nelle banalità del quotidiano. Un rischio che provo a tenere lontano, a non farlo avvicinare, per non sentire il suo freddo abbraccio. Avrei voluto godermi i primi deboli segnali di primavera, il sole appena arrivato in città, la luce tornata a splendere dopo la pioggia, la fine del tanto temuto freddo inverno.

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veritaIl vecchio maestro ha le mani piene di tagli, il freddo non perdona, non guarda in faccia nemmeno a chi meriterebbe un po’ di calore. Settantadue primavere non sono una sciocchezza, soprattutto se quarantotto di queste sono state consumate sul campo da tennis, cercando di insegnare il gioco inventato dal diavolo. Strette tra le mani rugose, sono passate intere generazioni, molte racchette, tantissimi talenti; le storie da raccontare non si contano, sono migliaia, come i consigli dispensati, le palline colpite, i volti nella memoria. Non so che cosa significhi essere vecchio, e cosa si provi ad avere gran parte della vita alle spalle, a vedere i capelli diventare grigi, a cedere davanti all’inesorabile decadimento del corpo. Per un giovane è quasi impossibile capire, comprendere un vuoto difficile da riempire, o forse già colmo fino al bordo. La clessidra del tempo corre veloce, nemmeno girandola si è in grado di saltare all’indietro, e tornare dove si è già stati. Il momento più bello delle lunghe giornate sul campo è quando il maestro mi offre una caramella; ha le tasche sempre piene, ma una rimane da parte per me, conservata come una dolce abitudine.

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beneÈ difficile spiegare con chiarezza quello che si prova in alcuni periodi; spesso gli stati d’animo sono ingannevoli, legati soltanto a sciocche reazioni, a stupide prese di posizione. Tuttavia quando alcune sensazioni si ripresentano con continuità, forse è arrivato il momento di considerarle nella maniera corretta, dargli il valore che chiedono. Sto lavorando bene, sono carico, pieno di energie e voglia di fare; è una fortuna esserlo in questa parte della stagione, in anticipo rispetto alla primavera, quando il clima si fa più dolce, facendomi sempre rinascere. Mentre cerco di far fruttare uno stato di forma eccellente, non riesco a tenere a bada i pensieri, ad essere completamente sereno. Vorrei sbagliarmi, avere torto, o peggio ancora non capire abbastanza; invece accade esattamente il contrario, è troppo alto il livello della mia comprensione, della capacità di osservare, di rendermi conto di quello che accade intorno a me. Lavorare bene o lavorare male sono la stessa identica cosa, non c’è differenza; i due percorsi dovrebbero essere ben distinti e portare verso direzioni opposte: appartengono alla stessa specie. Ogni giorno la mia tesi viene avvalorata, diventa più forte, convincente; un mattone dopo l’altro, per una casa dalle fondamenta solide, indistruttibili.

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100percento1Tra i commenti lasciati al mio articolo di domenica scorsa dal titolo “Criteri” ho trovato questo: “Classico pensiero di un maestro che purtroppo per lui non è mai stato un buon giocatore; quante volte l’ho sentito”. Naturalmente invito i curiosi ad andare a scoprire quale fosse il punto centrale delle mie argomentazioni; in ogni caso riporto la risposta, per chi invece fosse un po’ più pigro: “Mi sono preso un po’ di tempo per rispondere; a costo di essere ripetitivo voglio ribadire un concetto: non è mia intenzione sminuire ciò che si è fatto da giocatori, anzi lo ritengo un valore da tenere in debita considerazione anche quando si intraprende la carriera di maestro. Purtroppo spesso si commette l’errore di ritenerlo l’unico aspetto in grado di definire la bontà di un insegnante. E’ pur vero che diversi titoli e attestati non possono sostituire il vissuto di un percorso agonistico importante; come del resto sono necessari anni di lavoro per avere un buon bagaglio di esperienza. Forse dalla simbiosi di tutte queste cose nasce il maestro veramente valido, quello che non si accontenta del passato, ma cerca di completarsi, di colmare le lacune, di migliorare fino dove è possibile. In fondo se bastasse maneggiare bene la racchetta, per insegnare con altrettanta facilità, saremmo senza dubbio una nazione piena di campioni!

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100percentoFaccio un giro in rete per trovare qualcosa che solletichi la mia curiosità, per scovare magari una novità, un insolito approccio al tennis. Finisco quasi per caso sul sito di uno dei più prestigiosi circoli d’Italia, con una tradizione importante, e con un presente altrettanto considerevole. Subito mi butto nella pagina dedicata al settore tecnico, per scoprire chi insegna in quel posto, e quali credenziali l’hanno portato a lavorare in un club così conosciuto. Le foto dei maestri sono disposte una sotto all’altra, con una piccola didascalia che non mi lascio sfuggire. Poche righe che dovrebbero essere significative, non soltanto per me, ma anche per chi non conosce molto bene l’ambiente del tennis; rimango stupito nel leggere quello che c’è scritto: nessun riferimento alle qualifiche in possesso, a esperienze precedenti, ad eventuali giocatori allenati, in quale settore con relativi risultati, a titoli di studio conseguiti, a conoscenze e competenze in altri campi. Siamo alle solite; l’unico parametro è la classifica, il livello di gioco passato e naturalmente quello attuale, come unica testimonianza della validità dell’insegnante in questione.

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analisiMentre i giorni passano cerco di analizzare quale direzione sta prendendo il mio lavoro; il rientro dopo le vacanze invernali è stato morbido, ma mi ha anche offerto alcuni spunti di riflessione, dovuti anche alla pausa, momento in cui è più facile soffermarsi su quello che si sta facendo. Senza dubbio sento di avere una marcia in più, di avere un bagaglio di idee superiore alla media, e un interesse nei confronti dell’insegnamento molto alto. Per questo motivo una rinnovata spinta sta animando le mie giornate, una ferrea volontà di arrivare lontano, di proporre qualcosa che cambi radicalmente la situazione in cui mi trovo da troppo tempo. Come ho scritto settimana scorsa è molto difficile fare carriera nel nostro paese, riuscire a farsi notare, ad emergere secondo criteri meritocratici, e non attraverso conoscenze, amicizie o peggio vassallaggi. Sono convinto che sia una vera impresa, come è altrettanto complicato non restare prigioniero di certi meccanismi, dell’abitudine, della routine quotidiana, stretta parente della noia. Non voglio rimanere incastrato, fermo, bloccato da un sistema, da un comune modo di comportarsi, piuttosto desidero cambiare, essere un concreto innovatore: so di poterci riuscire.

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sottomarinoSe fossi un sommergibile sarei costretto a rimanere sempre vicino al fondale del mare, a restare nascosto, a non poter emergere, farmi vedere. Non mi sarebbe concesso risalire, bucare la superficie dell’acqua, vedere finalmente la luce del sole con gli occhi, e non soltanto attraverso il periscopio. Per fortuna non sono un sottomarino, più semplicemente un maestro di tennis, che sta cercando di capire da tempo come fare per venire fuori, affiorare, e non rischiare di indugiare troppo a lungo dove nessuno lo possa notare. Quanto è difficile fare carriera, migliorare nel proprio lavoro, avere la possibilità di crescere? In Italia questo percorso è quasi impossibile da intraprendere; è l’esperienza a dirmelo, sono gli anni trascorsi a credere nella qualità, nella preparazione, nelle competenze, a rendermi rassegnato. Quando ho iniziato avevo in testa una visone ben chiara delle cose da fare per scalare, per emergere, per rimontare posizioni su posizioni; tuttavia oggi sono convinto che i tanti tentativi siano stati quasi inutili, addirittura in alcune circostanze controproducenti. Sapere, essere un passo avanti agli altri, avere capacità superiori alla media, è servito a pochissimo, e non mi ha portato i risultati sperati.

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spettroArrivo al circolo presto, è la prima volta nell’anno nuovo; la strada è libera, poche le automobili che incontro, vuoto anche il parcheggio, le vacanze invernali non sono ancora terminate. Ho soltanto un’ora di lezione, un inizio molto blando, tranquillo, un leggero assaggio per riprendere appena l’attività. Persino il bar e la segreteria sono chiusi, sono l’unica persona presente, oltre ai due uomini dei campi, arrivati prima di me, per accendere i riscaldamenti e pulire un po’ dopo la festa del 31. Fa ancora freddo, l’inverno è iniziato da qualche settimana, ha portato temperature rigide e neve in abbondanza: rimpiango la primavera, vorrei fosse più vicina. Scendo negli spogliatoi, apro l’armadietto e tiro fuori le racchette, ho ancora da aspettare prima di cominciare, ma mi preparo per tempo, con calma, senza alcuna fretta. Lascio gli attrezzi del mestiere fuori dalla porta del campo, prendo un caffè alla macchinetta e comincio a camminare per il circolo. Lo faccio in ogni stagione, mi piace, soprattutto quando c’è poca gente, nelle prime ore del mattino; è solo il silenzio ad accompagnarmi, a venire con me, ad attraversare un posto già visitato migliaia di volte, che scopro ogni volta come fosse il primo giorno.

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