Archivio per la Categoria “Interviste”

cuoreNon si ferma mai, è sempre al lavoro; non può permettersi nemmeno una piccola pausa, una breve interruzione, oppure una fugace sosta. È costretto a battere persino nel sonno, quando tutto il resto si calma, si adagia alla ricerca del meritato riposo: al cuore è concesso soltanto di rallentare un po’, di diminuire appena la velocità. Non è necessario interrogare uno scienziato per capire come funziona, per comprendere le sue ragioni è sufficiente ascoltarlo, dargli le attenzioni di cui ha bisogno. Spesso gli siamo indifferenti, incapaci di cogliere i suoi richiami, ma se avessimo la possibilità di parlare con lui, cosa gli chiederemmo? Quali segreti vorremmo che ci svelasse? Quali risposte andremmo a cercare tra i suoi battiti? Forse troveremmo le ragioni che competono solo al cuore, il motivo di tanti comportamenti, soprattutto faremmo luce lungo la strada dei nostri sentimenti. Sei costretto a pulsare senza sosta, a lavorare in continuazione, non hai mai voglia di riposarti? L’unica cosa che mi è concessa è di rallentare un po’, durante il sonno; è in quel momento, in cui il corpo si abbandona ai sogni, in cui posso diminuire lo sforzo, e diventare spettatore.

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manoPuò l’intelligenza essere un fastidio? Un boomerang che si ritorce contro chi possiede una preparazione fuori dal comune? Un paradosso, un’assurdità pensare di rispondere a queste due domande. La conoscenza è uno strumento, qualcosa a cui tutti dovrebbero attingere, senza vergogna, senza provare qualsivoglia invidia, alcun risentimento. Eppure a volte può capitare, che una mente brillante quasi si debba nascondere, restando ai margini di un sistema, ai bordi della notorietà, dove può trovare le giuste soddisfazioni, ma anche l’apprezzamento che merita. Giovanni Catizone è un fiume in piena, un personaggio coinvolgente, fin troppo sincero, aspetto che non considero un difetto, anzi una perfetta opportunità per un’intervista molto appassionata. Non è facile trovare una persona che richiuda in sé così tante figure: preparatore atletico, maestro di tennis, professore universitario, e di scuola media superiore; capace di seguire tennisti, calciatori, pattinatori, cestiste, di età e livelli diversi. Una fonte di esperienza che mi convinto ad incontrarlo, e sottoporlo ad un fitto fuoco di domande: Perché nelle scuole tennis la preparazione atletica è così sottovalutata?

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divanoDopo una lunga giornata trascorsa sul campo, è sempre il divano del soggiorno ad accogliere la mia stanchezza; chiusa la porta dietro le doloranti spalle, l’ultimo tuffo è quello che mi porta tra i suoi braccioli, dove affondo in mezzo a due morbidi cuscini. Finalmente il corpo riceve la ricompensa tanto attesa, si stende e distende, placa il fervore dei muscoli, abbandona ogni pretesa, per acquietarsi come fosse alla ricerca di una resa. È facile lasciarsi andare, entrare nell’anticamera del sonno, prima di crollare, magari con il televisore acceso, con qualche programma spiato dagli occhi ormai semi chiusi. Non pensavo che da quella posizione potessero nascere idee, ragionamenti, pensieri legati al tennis; evidentemente mi sbagliavo, altrimenti nessuno avrebbe potuto intitolare un libro “Tennis sul divano”, quasi un beffa per me, uno scherzo del destino, in fondo quello è il posto dove tutto svanisce pian piano. Invece la psicologa Marcella Marcone e il giornalista Marco Mazzoni, proprio così hanno chiamato la loro fatica editoriale scritta a quattro mani, partendo da un punto di vista originale, bizzarro, ma capace di suscitare la mia curiosità. Incontrare Marcella mi ha permesso di capire meglio come tennis e psicologia arrivino a fondersi, diventando spesso complici, e trovando spazio per stare insieme sul divano. Come nasce l’idea di “Tennis sul divano”?

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culturaNel 1997 ho giocato la finale di un torneo di terza categoria contro Fabio Colangelo; tra di noi c’era una certa differenza di età, io ero verso la fine della mia modesta carriera, mentre Fabio era un giovane in ascesa voglioso di diventare un giocatore importante. Naturalmente persi, ero troppo debole per battere un ragazzo dotato di un ottimo talento; allora non sapevo che dietro alle sue doti c’era anche il lavoro del padre Tullio, preparatore atletico intelligente e misurato; dopo un po’ di tempo mi ha fatto piacere proporgli alcune domande. Quanto è diventata importante nello sport, e in particolare nel tennis, la preparazione atletica? La preparazione atletica nello sport non e’ importante, e’ fondamentale! Spesso si dice che i bambini di oggi fanno poca attività fisica, di chi è la colpa? Della mancanza totale di cultura sportiva nel nostro paese. Se è vero che i bambini hanno bisogno di più attività fisica, perché nelle scuole è poco considerata? È poco considerata proprio a causa della mancanza di una vera cultura sportiva, può sembrare banale, invece è la motivazione principale.

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pace2Capacità, abilità, talento, doti fisiche; ogni giorno i maestri di tennis discutono su questi aspetti. Tuttavia che cosa accade quando si ha di fronte una persona costretta per tutta la vita a rimanere seduta su una carrozzina? Non mi sono mai trovato in una situazione del genere, e credo che non sarei in grado di affrontarla con il giusto atteggiamento. Recentemente ho avuto la fortuna di incontrare il maestro Gianluca Vignali, tecnico che da molti anni si dedica con passione agli atleti cosiddetti disabili. Nessuno meglio di lui poteva soddisfare la mia curiosità, e farmi comprendere meglio che cosa significhi fare sport seduti su una carrozzina, un punto di vista del tennis a me sconosciuto. Come si è avvicinato al tennis in carrozzina? Casualmente. Un pomeriggio si presentò al mio circolo un ragazzo disabile chiedendomi lezioni di tennis. Era il 1996, conoscevo pochissimo l’argomento, si può dire che ero totalmente impreparato. Lui era molto motivato e si offrì di aiutarmi con i primi rudimenti (a cui seguirono anche suggerimenti di un altro giocatore diventato poi tecnico e a cui devo molto) e così per curiosità più che per convinzione cominciai ad interessarmi a questo mondo.

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L’ho appoggiata su una sedia davanti a me; mentre la guardavo, mi sembrava di vedere la mia immagine riflessa, in fondo la racchetta non racchiude dentro di sé l’anima di un giocatore di tennis? Nella mia vita l’ho usata così tante volte da non conoscere altrettanto bene nessun altro, l’ho amata, odiata, coccolata, fatta volteggiare in aria dopo una vittoria, gettata in terra per una partita persa; tuttavia l’ho sempre stretta forte, per farle sentire che mai l’avrei abbandonata, tradita. Dialogare con una racchetta significa parlare ad uno specchio, le cui risposte forse si conoscono già. Non sei stanca di battere palline? Sono nata per questo, non posso fare altro. Quante palline hai battuto nella tua vita? Credo milioni, ma che importa, ogni colpo per me è uguale all’altro. Sicura? Sicura, sono i giocatori a dargli un valore diverso. A proposito di giocatori, cosa non ti piace di loro? Detesto chi mi incolpa per un tiro eseguito male, chi mi scaraventa in mezzo al campo, chi crede di potermi comandare.

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A stomaco pieno si ragiona meglio, soprattutto quando il pasto è consumato in un ottimo ristorante e in buona compagnia. Alberto Pozzi è una persona curiosa, piena di idee ed entusiasmo, capace di coinvolgerti in lunghe ed appassionate discussioni sul tennis. Invitarlo a pranzo è stata l’occasione per parlare di tante cose, una piacevole chiacchierata che sarebbe potuta durare tutto il pomeriggio; le domande che avrei voluto fargli erano troppe, poco il tempo a nostra disposizione, ma quando ci siamo alzati dal tavolo per tornare al nostro lavoro, mi sono sentito realmente soddisfatto. E’ vero che la tua prima passione è stata l’informatica? Vero! Sono perito informatico, e per due anni ho lavorato in quel campo senza grandi soddisfazioni. Poi mi sono iscritto alla facoltà di psicologia a Padova, con l’intenzione di pagarmi gli studi con le prime lezioni di tennis che intanto avevo iniziato a dare. Quando ho capito che le due cose erano inconciliabili, mi sono dedicato a tempo pieno all’insegnamento, anche se i miei genitori non erano completamente d’accordo.

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Sempre in ritardo. Detesto iniziare una lezione, soprattutto se individuale, in ritardo, ma alcune persone proprio non riescono ad arrivare ad un appuntamento puntuali. Così aspetto seduto sulla panchina del campo, cercando di rilassarmi un po’, e evitando di guardare in continuazione l’orologio. Le coperture sono già tutte montate, la stagione estiva è ormai finita, piove e non si giocherà più all’aperto sino alla prossima primavera. Fa abbastanza caldo, un bene per me, che sono terribilmente freddoloso; quanto al mio allievo non si vedeva ancora. Inizio a giocherellare con il telefono, magari mi avverte che ha avuto un contrattempo, e mi accorgo di un piccolo verme, e del suo tentativo di salire sopra una riga del corridoio. D’istinto mi alzo e quasi senza farci caso mi viene voglia di schiacciarlo; in quel momento sento una voce implorare: “No! Non farlo, ti prego!”. Fermo subito il piede, mi guardo intorno, ma non c’è nessuno, allora mi rimetto a sedere.

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Ci sono momenti nella vita di un’atleta in cui arrivano i giorni del cambiamento, della trasformazione in qualcosa di diverso. Fare la sportiva di professione può essere affascinante, remunerativo, ma anche molto faticoso; insegnare invece è prima di tutto trasmettere un’esperienza. Ho visto giocare Erika Pineider molte volte, ora che insegna al Junior Tennis di Milano l’ho incontrata per comprendere le ragioni che l’hanno spinta a diventare maestra di tennis, a percorrere una nuova strada. La carriera di maestra è la giusta prosecuzione di quella di giocatrice? Credo sia una decisione soggettiva,per me il passaggio da giocatrice a maestra è stato naturale, in questo modo ho alimentato il desiderio di trasmettere agli altri l’esperienza accumulata e la grande passione per questo sport. Di solito per un giocatore capire quale sia il momento giusto per passare dall’altra parte è molto complicato, invece per me è stato semplice; a livello agonistico avevo esaurito ogni obiettivo e quindi l’ho fatto serenamente.

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È opinione comune che un matto debba essere internato in manicomio; egli non è in grado rapportarsi con le altre persone in maniera normale, i suoi comportamenti sono incomprensibili, a volte persino pericolosi, meglio quindi rinchiuderlo in un posto dove possa trovare l’assistenza che necessità, per dare libero sfogo alla sua follia. Se qualcuno mi avesse visto parlare con una vecchia rete da tennis, forse avrebbe chiamato un’ambulanza per farmi portare via, magari stretto fra una scomoda camicia di forza; non sono pazzo, almeno credo, semplicemente sono curioso, e certo che anche gli oggetti inanimati racchiudano in sé qualcosa, magari una piccola storia che aspetta solo di essere raccontata. Roberto si occupa dei campi del circolo con grande dedizione, per lui devono essere sempre perfetti, e per questo motivo appena vede qualcosa che non va, subito si affretta a trovare un rimedio.

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