Archivio per la Categoria “Racconti”

Un cuore morì, ma nessuno ci fece caso, perchè era notte fonda e tutti i poeti erano andati a dormire. Il mattino seguente soltano uno spazzino lo notò, riuscendo a strapparlo dai denti aguzzi di un cane inferocito. Egli lo raccolse, dopo aver notato un minuscolo puntino nero, forse un proiettile assassino; poi lo avvolse in fazzoletto bianco e lo portò dove nasceva l’arcobaleno. Lo posò con estrema delicatezza in terra, quindi si mise a pregare in modo che potesse riposare in pace. Proprio in quel momento l’ombra del cuore trafitto si staccò, arrampicandosi sull’arcobaleno, per scivolare fino dall’altra parte, dove un poeta insonne lo stava aspettando per raccontare la sua storia.

 

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Un uomo fece un sogno lungo sette giorni e sette notti, senza interromperlo nemmeno per un istante soltanto. Il primo giorno sognò la creazione dell’universo, quindi vide Dio esaurire la sua fantasia, e nominarlo così Architetto di fiducia, incaricato di terminare il progetto più complesso che il Signore proprio non riusciva a finire: il pianeta Terra. Il secondo giorno sognò un villaggio sperduto tra i ghiacci della Siberia, dove uno stregone millenario aveva scoperto una pozione in grado di trasformare le Sirene in donne in carne ed ossa. Il terzo giorno sognò una stanza piena di stelle, dove un uomo ed una donna si amavano con trasporto, pur sfiorandosi delicatamente, mentre gli astri intonavano loro la più dolce delle melodie. Il quarto giorno sognò un cuore rosso pulsare, poi mutarsi in pietra, quindi in sottile cristallo, e precipitare così nell’oblio, per frantumarsi in mille pezzi in un oscuro baratro senza fondo. Il quinto giorno sognò l’Autunno, e migliaia di foglie che lentamente si staccavano dai propri rami lasciandoli spogli; una soltanto si ostinava a rimanere attaccata ad un albero, dondolandosi in continuazione e facendosi beffe del vento e dell’incalzante Inverno.

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Dal loro ultimo incontro erano passati molti anni, e così, due amici, nel tentativo di recuperare il tempo perduto, iniziarono subito a raccontarsi l’un l’altro ciò che avevano fatto nel lungo periodo in cui non si erano visti. Entrambi erano piuttosto ansiosi di prendere la parola, sembrava quasi che si ostacolassero a vicenda, finchè uno dei due finalmente cominciò: “Ho studiato nelle scuole più prestigiose, sono stato allevato dagli insegnanti più preparati e qualificati, nulla mi è stato impedito di conoscere”. Allora fu il secondo a poter parlare:“Ho studiato gli uomini, avvicinandomi agli sconosciuti, per comprenderne l’esistenza, capire i loro gesti comuni, le loro parole senza fama”. Non ci fu nessun commento a queste iniziali affermazioni, anzi il primo uomo continuò ricominciando da dove si era interrotto:“Ho avuto denaro da potermi permettere qualunque cosa desiderassi, mentre il successo non mi ha mai voltato le spalle”. La replica del secondo non si fece attendere: “Ho vissuto in povertà, usando come unica moneta di scambio la parola, senza svenderla in alcun modo”. Senza pause di alcun genere l’alternanza tra di loro proseguì in maniera precisa:“Ho attraversato il mondo da un capo all’altro, visitando ed apprezzando tutte le sue meraviglie, nessuna esclusa”. “Io invece ho trovato la mia casa dove il tramonto si riposa, dove i rami degli alberi salgono in cielo per afferrare le nuvole, mentre le stelle cantano loro una canzone”.

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Uscirono dallo Spirito insieme. C’è qualcosa di strano che unisce le persone sedute al bancone di un bar; infatti spesso capita che se ne vadano insieme. Si conoscono scambiando solamente alcune parole di convenienza, muovendo il ghiaccio nel bicchiere; tutto normale, anche per un uomo ed una donna, soprattutto se lei fa una domanda: “Da quanto tempo stiamo camminando?” “Da almeno due ore. Mi domando se abbiamo scelto la direzione giusta”. Aprono la porta ed escono, mani nelle tasche dei cappotti, comunque infreddoliti; lui con il bavero alzato, la camminata pesante, senza entusiasmo, vecchio, ma non troppo. “Chissa, forse la nostra meta è ancora lontana; il cielo non è mai stato così nascosto dalla nebbia”. Una giovane donna, bella, se appena accenna un sorriso tra il fumo di un bar, autorizza sogni nella mente di uomini, perennemente, disperatamente alla ricerca di ciò che non potranno mai avere. Ella sorride in continuazione, persino con i grandi occhi neri, passandosi la mano sopra l’orecchio destro, per sistemare qualche capello dispettoso; pronta ad ascoltare: “Hai ragione, anche la terra questa notte sembra di uno strano colore”.

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C’è un parco da qualche parte nella Verde Città dove le cose sembrano non incontrarsi mai, piuttosto si scrutano da lontano, sfiorandosi appena. La bancarella di Gianni il cuoco occupava il proprio posto ormai da molti anni, in grado di soddisfare le richieste dei numerosi passanti. Era situata nel viale alberato più grande, da cui si poteva osservare qualsiasi mutamento nel paesaggio. Se qualcosa fosse cambiato, a Gianni non sarebbe di certo sfuggito; così fu facile, un freddo pomeriggio, notare una ragazza seduta vicino alla quercia gigante, intenta ad immortalare il paesaggio sulla tela. Tutto ciò pareva assolutamente normale, durante le stagioni si alternavano pittori, musicisti, attori e saltimbanchi di ogni specie. Tuttavia nessuno si stabiliva a lungo, una volta aver battuto le varie zone dell’immenso parco i vagabondi se ne andavano in cerca di fortuna altrove.Invece la ragazza tornava giorno dopo giorno, sempre con la stessa tela per mesi, sulla quale solamente alcune linee colorate erano dipinte. Il freddo scomparve, la temperatura si alzò, cambiando le tonalità dei colori, ma la pittrice rimase al suo posto.

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Si erano dati appuntamento al tramonto, certi che nessuno dei due avrebbe mancato all’incontro. Fu lui ad arrivare per primo, così, dopo aver controllato l’ora sul proprio orologio, non gli rimase altro da fare che aspettare. Il sole stava andando via, lentamente cominciava a scivolare all’orizzonte, mentre alcune nuvole nere tentavano di raggiungerlo e coprirlo. Ben presto il cielo iniziò ad oscurarsi, allora l’uomo sollevò lo sguardo sperando che non iniziasse a piovere almeno fino a quando lei non fosse arrivata. Invece, quasi subito, alcune timide gocce caddero a terra, prima distanti tra loro, poi sempre più fitte e fastidiose. L’uomo rimase impassibile, apparentemente la pioggia sembrava non toccarlo, anche se la sua intensità aumentava con il passare dei minuti e lei era già in ritardo. Egli si guardò attorno, pian piano i passanti erano scomparsi, tutti frettolosamente rientrati in casa, mentre le finestre si erano chiuse all’unisono, presagendo una cospicua precipitazione. Tuttavia l’uomo non aveva nessuna intenzione di spostarsi, temeva che lei avrebbe potuto non vederlo; non gli importava di essere senza ombrello, di non avere nemmeno un cappello che gli riparasse la testa, al massimo avrebbe preso un bel raffreddore.

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Davanti ad una lettera non ancora scritta, con la penna stretta fra le dita immobili, un uomo iniziò a piangere. Le lacrime caddero una ad una seguendo un preciso ritmo, alternandosi tra l’occhio destro e quello sinistro, centrando sempre il bersaglio.

In pochi istanti il foglio bianco raccolse le goccioline salate, assorbendole quasi subito, per incresparsi poi in maniera lieve.

Allora l’uomo appoggiò la punta della penna sulla carta, ma l’inchiostro invece di distendersi in ordinati caratteri, fu rifiutato dal foglio umido. Anche i tentativi successivi risultarono inutili, infatti la penna sembrava incapace di lasciare un qualunque segno, scoraggiando pian piano il povero uomo in lacrime. Così egli decise di rinunciare a scrivere quella lettera, tuttavia la piegò ugualmente in quattro e la infilò in una busta, tralasciando di apporre su di essa indirizzo ed affrancatura. Forse ora avrebbe potuto finalmente comporre la sua missiva, ma le lacrime non erano affatto finite, così anche al secondo foglio fu riservato l’identico destino del primo. Ben presto, davanti ai suoi occhi gonfi, le buste contenenti un velo di carta appena bagnata, diventarono un mucchio molto consistente.

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Il colore del tavolo a cui sedevamo era giallo, decisamente insolito per una partita a poker, ma nessuno pareva farci caso. Gli sguardi dei giocatori erano abbassati verso le proprie carte, i pensieri affannati nel tentativo di trovare una soluzione, piuttosto una magia; esattamente ciò di cui avevo bisogno, se non volevo perdere anche le ultime monete che nervosamente spostavo con le dita. Non avevo ancora alzato le mie cinque carte, fissavo ora gli avversari, ora il dorso disegnato, oppure la mosca che non mi dava un attimo di respiro, nemmeno durante la mano finale. Ero fortemente dibattuto tra sollevarle insieme, od altrimenti una alla volta, nella speranza che avvenisse chissà quale miracolo. Le afferrai di scatto, sfogliandole come una margherita: asso di fiori, un altro di cuori, regina di picche, asso di quadri e basta. L’ultima la riappoggiai sul tavolo, aspettando con ansia le mosse dei rivali. La tensione ed il nervosismo erano tangibili nell’aria, i colletti delle camicie maseri di sudore; se qualcuno fosse entrato all’improvviso avrebbe visto quattro statue nascoste dietro una parete di plastica, come in posa da un pittore.

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Dopo aver vagato per lungo tempo alla ricerca di un riparo, una folata di vento, scappata dal suo branco, finì per sbaglio imprigionata in una chiesa. Appena resasi conto di non poter uscire, la folata pensò ad ambientarsi, scorazzando fra le navate in completa solitudine, in attesa che il grande portone si aprisse nuovamente.

E così accadde una notte, quando una giovane donna, con in mano una piccola candela , mise piede nella chiesa abbandonata. Immediatamente la folata di vento prese la rincorsa, per tentare di infilare lo spazio lasciato dalla porta che si stava chiudendo, ma riuscì solamente a sbatterci contro, non era stata abbastanza svelta. Allora si alzò sopra la testa della ragazza, e non potè fare a meno di sentire l’insolito bisbiglio che usciva dalla bocca della giovane. Spaventata nell’udire un tale suono, la folata saltò in ogni angolo dell’edificio, così velocemente da spegnere persino il piccolo lume stretto fra quelle mani.

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L’ennesimo treno si fermò in stazione, raccolse i pochi passeggeri sulla banchina, prima di ripartire lentamente. Il prossimo sarebbe stato il suo. La sala d’attesa era completamente vuota, faceva piuttosto freddo, e Sergio contava i minuti che mancavano alla partenza. Da quando si era seduto aveva visto la stazione svuotarsi poco alla volta, ed ora iniziava a sentirsi un po’ solo. In fondo era abituato alle attese, anche perchè qualcuno con cui chiaccherare si trovava sempre, ma quella sera sembrava proprio di no. A mezzanotte si sarebbe alzato per sedersi nuovamente cinque minuti più tardi, questa volta con lo sguardo buttato fuori dal finestrino.

Ad un certo punto, nel silenzioso salone, entrò con passo deciso una ragazza piuttosto giovane, che si sedette di fronte a lui. Sergio, contento della inaspettata compagnia, quasi subito chiese: “Prende anche lei il rapido di mezzanotte?”. La ragazza non rispose, accavallò le gambe, e si sistemò la lunga sciarpa rossa, che quasi toccava terra. “E’ strano che ci sia così poca gente stanotte, di solito la stazione è più affollata” insistette Sergio, senza ottenere alcuna replica.

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