Archivio per la Categoria “Senza categoria”

davisQuesto articolo è già vecchio. I fatti accadono in maniera troppo rapida, e altrettanto velocemente vengono raccontati. Le notizie si susseguono una ad una, con puntuale regolarità finiscono nella rete, diventando facile preda di chiunque. Mentre viene letto questo articolo è già passato, superato da qualcosa di nuovo, su cui i pescecani non vedono l’ora di buttarsi. Forse domani Andreas Seppi cambierà ancora idea, magari lo sta già facendo e qualcuno sta per rendere noto ogni suo pensiero. “Rinuncio alla Coppa Davis. Non so cosa fare. Accetto la convocazione, sono costretto”. Ecco la cronologia, la sequenza degli eventi, tutti corredati da commenti, giudizi, opinioni, interviste. In mezzo una sua lettera indirizzata alla Federazione, e la piccata risposta del Presidente. I tentennamenti di Seppi hanno creato le consuete fazioni, i tifosi si sono schierati, d’altronde aspettano soltanto di potersi dividere, di urlare come in qualunque arena le proprie ragioni. “La maglia azzurra è sacra. I giocatori sono professionisti, e quindi liberi di scegliere. Come si può mettere davanti gli interessi personali a quelli dell’intera nazione? Seppi deve pensare alla carriera, il capitano chiamerà semplicemente un altro al suo posto”.

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ombrelliAppare il sole, ma continua a piovere. Non smette mai, nemmeno per un secondo. Le nuvole sono ferme, restano immobili, con lo sguardo fisso verso terra. Gli ombrelli del tennis italiano sono sempre aperti. Stretti uno vicino all’altro, a volte arrivano fino a toccarsi, ma è soltanto un attimo. Non proteggono dai raggi ultravioletti, dal calore di una chiara giornata di primavera: fermano l’acqua che scende senza sosta. Nessuno desidera bagnarsi, essere toccato, rischiare di vedere macchiato il vestito buono. Tutti rimangono ben riparati, della pioggia sentono appena il rumore, un perdurare aritmico, dal piano al forte, mai silenzioso. Le gocce cadono fitte e poi fini, dando l’illusione che possano smettere di precipitare; allora qualcuno allunga una mano per capire, per accorgersi subito che non è ancora tempo di chiudere l’ombrello. Pallidi sono i volti degli uomini, emaciati come se non vedessero un po’ di luce da un secolo; le donne invece sono più fortunate, ogni tanto il sole le grazia baciandole in fronte, donando un tepore che la loro bellezza merita senza ombra di dubbio.

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futuroAnno 2073, la palla quadrata è una realtà, come il campo triangolare. Le resistenze dei fanatici della tradizione sono finalmente cadute, il tennis è cambiato. Il progresso non può essere fermato, è consentito andare soltanto avanti. Gli sponsor hanno spinto verso una nuova direzione, un futuro fatto di superficie intercambiabili, divise a metà, mai viste prima d’ora. Si gioca sul ghiaccio, sui chiodi, sulla paglia e persino su piccoli pezzi di vetro sminuzzati a dovere. Le palline ruotano in aria seguendo traiettorie insolite, casuali: lo spettacolo è sempre garantito. Le racchette sono leggerissime, ma in grado di fermare qualunque cosa sulle corde d’acciaio, capaci di respingere tutto, a velocità elevatissime. I giocatori assomigliano a tristi robot, i loro gesti appaiono meccanici, la violenza dei colpi domina gli incontri, simili a grezzi duelli per la sopravvivenza. I maestri hanno avuto il tanto sospirato riconoscimento giuridico, sono dei veri lavoratori, con regolare contratto e una pensione: per averla devono versare 73 anni di contributi. Ora possono fare lezione con il cellulare, magari seduti comodamente al bar, impartendo le disposizioni agli allievi mentre vengono spiati dalle micro telecamere poste un po’ dappertutto;

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meteoI giorni della merla ci hanno portato una consistente dose di freddo, una nuova spruzzata di neve, temperature da record sotto lo zero. Dall’altra parte del globo, l’estate ha toccato il suo punto più alto, il sole si è mostrato in tutta la sua forza, scaldando, scottando e in qualche occasione bruciando. Gli Australian Open sono stati invasi, come di consueto, da un pubblico numeroso, appassionato, competente, e pronto a godersi uno spettacolo imperdibile, esaltato dalla stagione più bella. Le previsioni si sono rivelate esatte, nessun dubbio alla fine del torneo, i meteorologi hanno fatto il loro dovere; qualcuno dice che non fosse poi così difficile, altri invece hanno sottolineato la bravura, la capacità di capire come il tempo sarebbe potuto cambiare, partita dopo partita. Poche sono state le nuvole che hanno attraversato il cammino di Roger Federer, leggere come i suoi passi, ma inconsistenti quanto gli avversari. Una brezza ristoratrice in mezzo al deserto, una tiepida folata in una dolce serata estiva, il vento che accompagna solamente i veri giocatori: ecco che cosa è lo svizzero. Nessuna pioggia ad intralciarlo, a bagnare i meccanismi oliati alla perfezione, nemmeno una lieve perturbazione a disturbare le sue mosse, il cielo per lui è sempre stato sgombro.

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confineAl bando le metafore, al confine le sfumature, le interpretazioni, i giochi di parole: è il primo giorno dell’anno. Forse il momento più adatto per dire la verità, per scriverla, per leggerla; svestita, denudata di tutte le costruzioni letterarie, dei castelli argomentativi, delle elucubrazioni sottili e non. Gli ingredienti necessari sono pochi, semplici e facilmente reperibili: chiarezza, sincerità, coraggio; azzeccate le quantità, è sufficiente dare una energica mescolata per amalgamare tutto, e vedere subito il naturale risultato. Perché perdersi in labirinti senza uscita? Perché continuare a vagare nella nebbia? Perché ostinarsi a rimanere nascosti? È sempre molto comodo mantenere una posizione, un artefatto atteggiamento, faticoso invece muoversi in avanti, uscire dalla bolla che protegge, salva, difende. Una fortezza di discorsi, mistificazioni, teorie pronte a confutare, a eccepire, come simbolo del tentativo di salvaguardare, di riparare sé stessi dal pericolo imminente. Al bando, al confine più lontano, agli estremi dove diventa quasi impossibile recuperare tutto questo, costretti ad abbandonarlo, a dimenticarlo: almeno il primo giorno dell’anno.

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p1000578-copia1L’aguzzino li tiene in pugno, stretto parente del diavolo, muove i fili, scaltro burattinaio, li prepara, tanto bastone e poca carota; calcola ogni mossa, somma, sottrae, moltiplica, ma soprattutto divide, tenendo molto per sé e lasciando quasi nulla alle sue creature. Un altro osceno anno, con la faccia sporca, a bere acqua sudicia, poveri bastardi senza gloria: a loro va bene così, non chiedono niente di meglio. Poi c’è il bilancino, i propositi, i pesi e i contrappesi, le promesse, i programmi e persino i proponimenti. Il solito squallido teatrino, i pupazzi che si agitano, saltano, ballano e festeggiano; una notte lunga quanto un corridoio, dove trovare il giorno dopo una catena stretta intorno alle mani, e ben salda alle caviglie. I fuochi d’artificio svaniscono come una bolla di sapone, una fiammata appena accennata, un sibilo che si perde all’orizzonte, risucchiato da un lontano buco nero. Le stelle si prostituiscono e regalano l’inganno, nascondendo dietro un velo di luce la verità, così chiara da non poter essere vista. I pazzi ridono a crepapelle liberi di confondere le risa, gli unici capaci di comprendere ogni cosa, di sottrarsi alle domande, stretti all’angolo trecentosessantacinque giorni all’anno.

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p1000578-copiaQuanto è banale fare un bilancio a fine anno? Quanto è inutile prendere una calcolatrice, mettere da parte il buono, sottrarre il cattivo, ed avere il rendiconto, il risultato delle azioni fatte, ma anche di quelle mancate. Come se soppesare le cose riuscisse a cambiarle, a farle diventare migliori, soltanto perché sono passati ancora una volta trecentosessantacinque giorni. È soltanto una pia speranza, un falso augurio a noi stessi, per tentare un passo verso il futuro, allungare una mano nei confronti dei sogni fino ad ora non realizzati. Trovo stucchevole pensare a tutto nei pressi del traguardo, quando il boia può soltanto urlare al condannato le ultime parole che gli è concesso sentire: uomo morto in marcia. Chissà che cosa passa nella testa del disgraziato in quei momenti, quali angosce lo turbano, se è abbastanza lucido per capire a chi sta andando incontro. Forse al buio eterno, al nulla, all’infinita perdizione, oppure al Buon Dio, alle sue braccia protese, alla luce capace finalmente di illuminare la sua anima. Non c’è via d’uscita, nessuna possibilità di fuga, il destino è scritto, da sé stesso, ma anche dalla complicità di altri.

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