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tramontoIl fioretto non può nulla contro un bazooka; John Mcenroe lo sapeva, ma sperava di poter compiere un miracolo, un ultimo colpo di teatro, come soltanto un genio del palcoscenico poteva fare. Il 1992 era iniziato bene per lui, agli Australian Open aveva battuto persino il campione in carica Boris Becker, riuscendo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove il sudafricano Ferriera aveva infranto i suoi sogni di vittoria. Durante la consueta conferenza stampa dopo gara, Becker aveva riconosciuto a John i meriti per l’inatteso successo: “Ho molto rispetto per John Mcenroe, in una giornata di grazia può battere chiunque”. Anche a Wimbledon? Forse. Arrivare in finale in un torneo del Grande Slam significa superare sette avversari, sopravvivere alla morte, morire, rinascere, e finalmente alzare la coppa. Non era tra i favoriti, semplicemente era la sua ultima apparizione sull’erba londinese, così aveva deciso; altri erano i giocatori accreditati del successo finale, tutti in perfetta forma. John non era nemmeno compreso tra le teste di serie, uno smacco per uno che aveva vinto tre volte il torneo, ma non gli importava, a trentatre anni sono altre le cose su cui concentrarsi.

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aereoCiò che è dato è reso. Nulla accade per caso, nulla viene lasciato dal destino senza che prima o poi torni a riprenderselo. Nel momento del favore, del regalo inatteso, non si è in grado di capire che quel dono dovrà essere restituito, e riabbracciare così il suo legittimo proprietario. Una vittoria, una festa, un aeroplano, un nastro, un colpo a vuoto, un sorriso, uno sguardo verso il cielo; messe insieme queste cose appaiono senza significato, una lista sconclusionata di parole prive di parentela, incapaci di legarsi. Eppure sono il risultato di un crudele gioco, un lancio di dadi fatto dalle mani del destino, a volte casuale, mai senza senso. Derrick Rostagno non immaginava, non poteva immaginare; era soltanto un giovane tennista di tante speranze, un bel ragazzo nato a Hollywood, i capelli folti e l’andatura dell’attore, prestato però al tennis. Figlio di un avvocato, a 18 anni ebbe l’onore di rappresentare il proprio paese alle Olimpiadi di Los Angeles; un aperitivo per una carriera che lo porterà ad essere numero 13 al mondo, a battere molti giocatori più importanti di lui, senza però diventare un ricordo indelebile nella mente degli appassionati. Nel 1986 aveva 21 anni, e come tanti era a caccia di un po’ di punti, per tentare di scalare la classifica, e diventare un giocatore professionista.

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